TEMPO E SPAZIO, NON MODULI

Tempi e spazi, non moduli. Questo è il calcio che avanza.
L’allenatore di 20 anni fa aveva un compito molto più semplice, la tattica ( cooperazione tra
2 o più giocatori) era racchiusa in movimenti preordinati non dall’allenatore in se, ma dalla storia e dalle conoscenze calcistiche tramandate nel tempo: e allora il libero faceva il libero, lo stopper e terzino destro marcavano a uomo, l’ala tornante era il numero 7, il terzino fluidificante era il numero 3. Poi c’era il regista davanti alla difesa che era il 4, il mediano destro che era l’8, il fantasista che era il 10, la seconda punta che era l’11, la punta che era il 9.
I compiti erano tutti assegnati.
Negli anni 90 arrivò Sacchi con le sue idee e il gioco a zona, 442 puro, un calcio fatto di diagonali e piramidi, pressing e fuorigioco. Si marcava la palla, con buoni risultati direi.
Galeone e Zeman hanno attuato un sistema simile cambiando la disposizione in campo degli interpreti: 433 puro, occupazione diversa del rettangolo, calcio offensivo dove gli unici a difendere erano gli avversari.
Nell’ultimo decennio l’evoluzione più moderna del calcio si basa su concetti di tempo e spazio: costruzione dal basso, salita lavolpiana, occupazione degli half spaces ( mezzi spazi ), rotazioni continue, spazi svuotati per essere attaccati, superiorità posizionale, gioco tra le linee, pressing ultraoffensivo, gegenpressing.

Oggi allenare è difficile, specie ai massimi livelli dove i difensori non effettuano semplici passaggi verticali ma con i piedi disegnano vere e proprie cattedrali. Da qui nasce la contrapposizione ad un avversario superiore quantomeno tecnicamente. Non basta più chiudere le linee di passaggio, intercettare la palla, speculare sull’avversario con difese rocciose e veloci ripartenza, oggi la palla non la prendi mai.
Da qui nasce l’esigenza di imparare a difendere con una versione più moderna, più orientata sull’uomo che sulla zona, cercando di convogliare sul nascere le azioni avversarie aggredendo la prima costruzione. Un po’ come l’Atalanta di Gasperini, o comunque il City di Guardiola che contro il Chelsea aveva delle rigide marcature a uomo in fase di non possesso.
Evoluzione anche in fase di possesso dove anche le piccole cercano di gestire gli spazi per mettere in difficoltà l’avversario. Certo facile non è: ci vogliono buoni piedi per effettuare un passaggio che taglia una linea di pressione, ci vuole qualità. Le idee non bastano, ci vogliono i giocatori giusti, non campioni, ma giocatori giusti.
De Zerbi i giocatori li ha scelti per proporre il suo calcio, e direi con ottimi risultati.

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